Il LAVORATORE PERDUTO: c'era una volta il Burnout

Autore: Roberto Solinas

Tipicamente, con il termine burnout intendiamo un progressivo stress lavorativo che colpisce le persone che esercitano professioni di aiuto (medici, infermieri, operatori socio sanitari, insegnanti, avvocati ecc). Tuttavia, il concetto è estendibile a qualsiasi organizzazione.

Il lavoratore si è spento, bruciato, “cotto”, è scoppiato è esausto disadattandosi al lavoro per “esaurimento emotivo”. Nel 1981 Cristina Maslach e Susan Jackson sviluppano pure il Maslach Burnout Inventory, un questionario di 22 domande che cerca di individuare il grado di esaurimento emotivo, la depersonalizzazione e la gratificazione personale dell’operatore rispetto al suo lavoro e all’organizzazione di cui fa parte.

Gli effetti di questa sindrome colpiscono, l’individuo prima e la collettività poi, attraverso un aumento dell’assenteismo, il calo della performance, la diminuzione della qualità del servizio e della soddisfazione lavorativa.


Il percorso si sviluppa in quatto tappe indicative. Una fase di entusiasmo iniziale e di idealizzazione per il proprio lavoro. Un periodo di stagnazione il cui la persona realizza che le sue aspettative non coincidono con la realtà. Poi arriva un periodo di frustrazione con sentimenti di inadeguatezza, inutilità e insoddisfazione. Il lavoratore sviluppa la convinzione di essere sfruttato, oberato di richieste, poco apprezzato e sottopagato. Infine, nell’ultimo tratto di strada, giunge l’apatia, l’indifferenza, il cinismo, fino alla “morte professionale”. Una sorta di strategica presenza-assenza.

 


I temi della dimensione burnout ci portano a riflettere sui rapporti tra l’uomo, il lavoro, l’organizzazione e i suoi meccanismi intrecciati. E ancora sul valore delle logiche della comunicazione, del potere, della dominazione e dei suoi principi e metodi .

 


Dov’è finito oggi il burnout ..? C’è, si è dissolto, è perduto ? O è stato vinto ?


Supponiamo un’applicazione del piccolo strumento sopracitato (il questionario Maslach) in svariate organizzazioni. A parte l’impossibilità di farlo, ben pochi sarebbero interessati. I risultati sarebbero travolgenti. La verità verrebbe nascosta , celata o negata fino all’ultimo. Anche l’attuale organizzazione precaria del lavoro attuale aiuterebbe…Basta non rinnovare i contratti e cambiare le risorse umane… E vai!


In pratica oggi avviene in ogni campo che il disagio viene sistematicamente e forse scientemente incapsulato. Oltre ad essere nell’epoca delle “passioni tristi” direi che siamo allo stesso modo in quella del dolore incapsulato.


L’uomo economico con le sue logiche da gigante ha ridotto ai minimi termini quel nano psicologico che talvolta si manifesta senza contare. E a forza di pugni, calci, disinteresse e malversazioni lo tiene nell’angolo e l’annulla.


Forse sono queste le logiche da ripensare?


Forse il gigante domina troppo il nano?


Forse il gigante è stato sopravvalutato?


Forse avremmo dovuto affidarci ai nani ?


C’era una volta il burnout e c’è ancora fortissimamente, ma nessuno lo dice e soprattutto… non se ne può parlare.